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I mercati sono in subbuglio e l’atmosfera non è certo allegra. Le tariffe imposte dall’amministrazione Trump hanno scosso tre decenni di globalizzazione, generando incertezze sul futuro economico globale. Non si tratta solo di temere una crisi imminente, ma di comprendere come sarà strutturato il nuovo ordine mondiale e quali norme lo regoleranno. Assistiamo a un ritorno al protezionismo da parte di una superpotenza che aveva fatto del libero scambio un pilastro della sua politica estera fino ad ora. È importante chiarire sin da subito che attualmente non ci troviamo di fronte a uno scontro ideologico tra sostenitori del libero scambio e fautori dell’autarchia come modello economico.
La vera lotta è per la preservazione dello status quo da parte delle economie che si sono arricchite attraverso l’aumento degli scambi commerciali, e un’America che si percepisce come vittima, giustamente o meno.
Protezionismo: una soluzione semplicistica da destra a sinistra
Il protezionismo è una strategia adottata universalmente dai governi per proteggere le proprie industrie nazionali. Teoricamente appartiene all’ideologia di sinistra, come dimostrato dai movimenti progressisti che decenni fa si opposero alla globalizzazione. Ricordiamo le proteste di Porto Alegre, gli scontri nei summit del G8 e le critiche all’eliminazione dei dazi? Le stesse voci che oggi criticano Trump per adottare misure che un tempo promuovevano. Storicamente, anche la destra ha ceduto al fascino dei dazi, a volte con risultati disastrosi.
Il caso della Grande Depressione
Correva l’anno 1929 quando il crollo di Wall Street inaugurò il periodo tristemente noto come Grande Depressione.
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Nei libri di storia si legge che la crisi fu aggravata dall’inerzia del presidente Herbert Hoover, repubblicano e fervente sostenitore del libero mercato, che non intervenne a sostegno dei redditi, aggravando la situazione. Tuttavia, Hoover esacerbò la crisi per motivi contrari. Prese due misure decisive: convocò gli industriali limitando licenziamenti e tagli salariali, impedendo così la riduzione dei prezzi, il che portò a una diminuzione del potere d’acquisto e a un’escalation di disoccupazione con il conseguente collasso del PIL e l’insorgere della deflazione.
Nel 1930 fu promulgato lo Smooth-Hawley Tariff Act, un programma di dazi sulle importazioni che Hoover sperava avrebbe stimolato le esportazioni e ridotto le importazioni, aumentando la produzione interna e l’occupazione. Tra il 1929 e il 1933, il valore delle esportazioni di merci crollò del 61%, passando da 5,4 a 2,1 miliardi di dollari. Le importazioni diminuirono drasticamente da 4,4 a 1,5 miliardi di dollari. L’America passò da un surplus commerciale netto a un deficit del 4,6% del PIL, che nel frattempo era crollato di oltre il 26% in termini reali. Un disastro completo, simile a quello vissuto dalla Grecia nel decennio passato.
Una lezione dimenticata dall’era Reagan
In sostanza, il protezionismo si rivelò un fallimento totale, peggiorando una crisi che forse avrebbe potuto essere gestita diversamente. Questa lezione non sembra essere stata appresa, anche a quasi un secolo di distanza. I dazi sono facili da imporre e da “vendere” all’elettorato. Come affermò Ronald Reagan, icona del liberalismo di destra americano, inizialmente possono sembrare un gesto patriottico, ma alla lunga dimostrano il contrario. Le imprese cessano di competere, i costi di produzione aumentano, i prezzi al consumo salgono e la situazione peggiora per tutti.
L’abbandono di Bretton Woods è il vero peccato originale
Gli Stati Uniti presentano un grave squilibrio commerciale, un problema non inventato dal presidente Donald Trump. Esportano poco e importano troppo. È realmente un problema? Non lo sarebbe, dato che l’economia americana ha continuato a crescere a ritmi superiori rispetto a quelli europei, trovandosi oggi in una situazione di piena occupazione. Tuttavia, dietro questi dati si nasconde una realtà meno lusinghiera. Il PIL cresce a suon di debiti, sia pubblici che privati. Questo squilibrio ha origine negli anni Settanta, come si può vedere nel grafico qui sotto, che mostra i surplus o i deficit commerciali americani a partire dal 1929. Fino alla metà di quel decennio, la bilancia commerciale era sostanzialmente in equilibrio. Poi, quasi all’improvviso, una caduta. Nel 1971, l’amministrazione Nixon annunciò l’abbandono del sistema di Bretton Woods, che garantiva la convertibilità del dollaro in oro e manteneva ancorati i cambi di 44 nazioni. In risposta, il dollaro perse inizialmente il 20% rispetto alle altre valute principali, per poi guadagnare il 50% successivamente.
Debiti di guerra come fonte di squilibrio
L’instabilità valutaria globale seguita alla rottura degli accordi del 1944 ridusse la competitività delle imprese americane, tanto che nel 1985 fu necessario l’Accordo di Plaza sotto Reagan per deprezzare il dollaro. Da allora e fino agli inizi degli anni Novanta, il valore del cambio diminuì in media di un terzo. Questo portò a un temporaneo miglioramento dei saldi commerciali. Ma era solo questo? No, perché nel frattempo gli USA registravano bilanci in attivo. Senza deficit fiscali, sparivano anche quelli commerciali (i cosiddetti deficit gemelli).
Ma il punto cruciale è il seguente. Perché gli Stati Uniti rinunciarono a Bretton Woods, che aveva garantito crescita e stabilità finanziaria? A causa delle guerre che combattevano, ovvero per i debiti necessari a finanziarle. In un sistema monetario in cui non puoi emettere moneta per coprire i deficit, sei vincolato dalla quantità di oro che possiedi. Gli Stati Uniti avevano bisogno di indebitarsi per combattere l’Unione Sovietica attraverso le frequenti “guerre per procura” di quegli anni, incluse quelle in Vietnam. Il grafico qui sotto illustra chiaramente la situazione. Finché reggeva l’ordine monetario precedente, prevaleva la stabilità fiscale. Poi è iniziato il libero tutti. I debiti legati alle guerre sono aumentati e, con l’arrivo degli anni Duemila, sono letteralmente esplosi, raggiungendo diverse migliaia di miliardi di dollari.
Protezionismo: una risposta disperata?
Questa situazione costringe gli americani a vivere al di sopra delle loro possibilità. Non è neanche semplice svalutare il dollaro, essendo la valuta di riserva mondiale, e con gli altri paesi che ti anticipano con tassi negativi e massicce iniezioni di liquidità nei mercati. E così riemerge la ricetta estrema e fallimentare del protezionismo, che non ha mai portato a soluzioni positive. Questo non significa che le mosse di Trump siano irrazionali, specialmente se mirano a ottenere risultati sul piano negoziale che difficilmente arriverebbero senza la minaccia dei dazi. Tuttavia, una volta iniziata una guerra commerciale, non è detto che si riesca a gestirla e a fermarla. La globalizzazione come la conoscevamo è finita, perché i suoi principali sostenitori ideologici non ci sono più.
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