Qatar: ricchezza record dopo la svolta dell’emiro Hamad

Ieri Doha ha annunciato la morte dell’ex emiro Hamad bin Khalifa al Thani, figura centrale nella trasformazione del Qatar da piccolo emirato a protagonista economico e politico del Golfo. La sua gestione, iniziata con la presa del potere nel 1995, ha lasciato tracce visibili nei dossier energetici, finanziari e diplomatici che contano oggi.

La svolta avvenne a metà degli anni Novanta: con una manovra interna che non provocò spargimenti di sangue, Hamad sostituì il padre e avviò un programma di modernizzazione che ha ridisegnato le priorità del Paese, puntando su gas, media e investimenti esteri.

Strategia energetica e nuove risorse

Una decisione cruciale fu lo sfruttamento del gigantesco giacimento offshore North Field, condiviso con l’Iran. Dal petrolio al gas, la struttura delle esportazioni si è spostata significativamente: oggi il gas rappresenta circa il 60% delle entrate esportabili, mentre il petrolio si attesta attorno al 30%.

Questa scelta ha alimentato anche il colossale sviluppo del settore GNL: nel 2025 il Qatar ha esportato 81,5 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto, una quota rilevante dell’offerta mondiale, mentre la produzione petrolifera giornaliera supera il milione di barili.

Instituzioni, media e capitale globale

Hamad promosse istituzioni e strumenti per proiettare il Paese sulla scena internazionale. Nel 1996 nacque Al Jazeera, rete che ha cambiato l’ecosistema dell’informazione arabo e ha aumentato il peso geopolitico di Doha.

Nello stesso spirito vennero rafforzati i vettori dell’imprenditorialità e del capitale: la rinascita della compagnia aerea nel 1997, la riforma costituzionale del 2003 che formalizzò i tre poteri dello Stato e la creazione nel 2005 del fondo sovrano Qatar Investment Authority sono passaggi chiave. Alla fine del 2025 il fondo gestiva asset valutati in circa 580 miliardi di dollari, sostenuti dalle entrate energetiche che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del bilancio statale.

Rapporti regionali: autonomia, crisi e mediazione

La politica estera voluta da Hamad ha cercato maggiore autonomia rispetto all’Arabia Saudita, bilanciando relazioni con Washington e, a volte, con Teheran. Questa ambivalenza fu alla base della crisi diplomatica del 2017, quando alcuni Paesi del Golfo imposero al Qatar un blocco economico e politico che durò oltre un anno.

Gli Stati Uniti e altre potenze internazionali svolsero ruoli di mediazione: la posizione del Qatar come fornitore energetico chiave e come hub strategico ha reso la sua stabilità un interesse prioritario per molte capitali.

Indicatori economici e standard di vita

I risultati economici sono netti. In tre decenni il reddito pro capite è cresciuto in modo sostenuto: dai livelli tipici degli anni Novanta a valori che oggi collocano il Paese tra i più ricchi al mondo. Anche a parità di potere d’acquisto si registra un’impennata significativa.

Il patrimonio gestito dal fondo sovrano supera una percentuale elevata del Pil, garantendo un’ampia copertura finanziaria per una popolazione di circa 3,8 milioni di persone. Il benessere materiale della popolazione è diventato uno degli elementi distintivi del modello qatariota.

Eredità e conseguenze politiche

Come verrà interpretata la figura di Hamad dipenderà dalle prospettive politiche ed economiche che adotterà il suo successore. L’eredità comprende un mix di modernizzazione economica, strumenti di soft power e una posizione internazionale rafforzata, ma anche tensioni regionali e critiche su aspetti politici interni.

Per Paesi e leader globali, il cambiamento inaugurato trent’anni fa significa che il Qatar non è più un interlocutore marginale: le sue risorse energetiche, i suoi investimenti e il suo ruolo diplomatico lo rendono un attore imprescindibile nelle strategie regionali e globali.

Nel breve termine, la morte di Hamad focalizza l’attenzione sul futuro della leadership e sulle possibili implicazioni per gli equilibri del Golfo: dalla gestione delle risorse energetiche alle relazioni con vicini e partner strategici, le scelte di Doha resteranno decisive per l’area.

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