Occupazione in Italia con Meloni: crescita reale o illusioni per i lavoratori?

Gli ultimi dati ISTAT, aggiornati ad aprile, segnano un nuovo massimo nell’occupazione in Italia: oltre 23,3 milioni di persone occupate. Perché conta oggi? Perché i numeri influenzano il dibattito su politiche del lavoro, salari e prospettive per i giovani, oltre a misurare i progressi reali rispetto al resto d’Europa.

Il quadro generale

Da quando il governo guidato da Giorgia Meloni si è insediato nell’ottobre 2022 sono passati più di tre anni e mezzo: un arco temporale fra i più lunghi della storia repubblicana recente. I dati ISTAT mostrano una crescita dell’occupazione che porta il tasso nazionale al 63,1% in aprile, con un aumento di 2,5 punti percentuali rispetto a ottobre 2022.

Contratti e precarietà

Le critiche sul presunto aumento della precarietà sono messe alla prova dai numeri sui rapporti di lavoro dipendente. I lavoratori alle dipendenze sono saliti da circa 18,27 a 19,01 milioni, mentre i contratti a tempo indeterminato sono aumentati di oltre un milione.

Parallelamente i contratti a tempo determinato sono diminuiti di quasi mezzo milione, facendo scendere la quota dei dipendenti temporanei dal 16,4% al 13,3%. Nel frattempo, il lavoro autonomo ha registrato un incremento di circa 354.000 unità.

In termini di contributo alla crescita occupazionale, il lavoro dipendente ha spiegato la maggior parte dell’aumento (circa il 69,5%), mentre il lavoro autonomo ha pesato per il restante 30,5%.

Giovani: segnali misti

La situazione dei più giovani presenta luci e ombre. Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è sceso in modo significativo, dal 22,9% al 16,9%. Tuttavia il numero degli occupati nella stessa fascia di età è diminuito, mentre è aumentato il numero degli inattivi: più giovani fuori sia dal lavoro che dalla ricerca attiva.

Allargando l’orizzonte alla fascia 15-34 anni, si rileva invece una lieve crescita degli occupati (+95.000), con un tasso che passa dal 43,9% al 44,1%.

Salari e potere d’acquisto

Il miglioramento dei livelli occupazionali non cancella un problema di lunga durata: i bassi stipendi che limitano il reale beneficio economico per molte famiglie. I dati ISTAT indicano però che, a partire dal 2024, le retribuzioni orarie sono aumentate più dell’inflazione.

Resta da vedere se questo trend possa reggere all’eventuale risalita dei prezzi o se i prossimi rinnovi contrattuali garantiranno una protezione effettiva del potere d’acquisto dei lavoratori.

Perché questi numeri contano

I dati confermano un miglioramento netto dell’occupazione negli ultimi anni, ma offrono anche chiavi di lettura diverse. Sul piano internazionale l’Italia resta sotto la media UE (circa 71% di tasso occupazionale) e permangono criticità strutturali su qualità del lavoro e reddito reale.

Le implicazioni sono concrete: politiche attive, formazione, contrattazione collettiva e misure per favorire l’inserimento giovanile saranno decisive per trasformare il rialzo dei numeri in vantaggi sociali duraturi.

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