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Il contesto geopolitico attuale è il risultato di un lungo periodo iniziato nel 1945 con la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, periodo durante il quale Stati Uniti ed Europa, inizialmente solo l’Occidente e successivamente quasi l’intero continente dopo la caduta del muro di Berlino, hanno mantenuto un’alleanza strategica solida. Tuttavia, le recenti dichiarazioni del presidente Donald Trump hanno messo fine a questa realtà che, in verità, mostrava segni di cedimento da tempo. Nell’ultima intervista rilasciata a Politico, Trump ha dichiarato: “L’Europa è debole”. “Fa solo parole, ma non segue con azioni concrete”, ha continuato, riferendosi al conflitto tra Russia e Ucraina. La risposta dell’Unione Europea è stata un timido apprezzamento verso i propri leader.
Quindi, come investire nel 2026 di fronte a un panorama geopolitico del genere?
Investimenti nel 2026 in un’Europa in declino
Non è necessario che Trump ci ricordi la precarietà dell’Unione Europea. Ai margini delle relazioni internazionali, sembra aver perso la percezione del proprio ruolo a livello globale, un po’ come accadde a Mauro Repetto all’interno degli 883, che scoprì la propria irrilevanza nel gruppo e decise di ritirarsi dal mondo dello spettacolo. Questa situazione di incertezza sta già influenzando l’ambito economico e finanziario. Per capire come investire nei prossimi anni, è fondamentale anticipare le tendenze future dei mercati. Un assunto ben noto agli economisti: governi deboli portano a politiche inflazionistiche, un fenomeno storico costante nell’era moderna. Controllare l’inflazione richiede istituzioni forti, capaci di sostenere tassi di interesse elevati e limitare la spesa pubblica, cosa che attualmente manca quasi ovunque in Occidente, inclusi gli Stati Uniti di Trump.
Le banche centrali adotteranno politiche più accomodanti
Non è un caso che Trump abbia criticato per mesi il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che presto sostituirà con una figura più affine ai suoi interessi, al fine di ottenere tassi più bassi per stimolare l’economia americana e ridurre il costo del debito pubblico, che ora ammonta a 38.000 miliardi di dollari. Potreste pensare che in Europa siamo al sicuro da questi rischi, data l’indipendenza della Banca Centrale Europea, ma ci sono manovre dietro le quinte che mirano a salvaguardare le apparenze. Se i governi di Francia, Germania e altri pochi lo richiedessero, anche noi vedremmo un taglio dei tassi.
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Nel frattempo, i debiti crescono anche in Europa. La Germania ha allentato il controllo sul debito e si affida agli stimoli fiscali per cercare di crescere nuovamente. I venti di guerra che soffiano sulle capitali europee complicano ulteriormente la gestione del consenso. La leva obbligatoria sta tornando: in Danimarca è già una realtà da luglio, mentre Berlino e Parigi stanno reintroducendo il servizio militare su base “volontaria”. La popolazione europea è fortemente contraria, temendo l’invio dei giovani in guerra.
Finanze pubbliche e inflazione sotto controllo
Questi argomenti sono strettamente collegati a come investire nei mercati nel 2026. La debolezza dei governi limita la loro capacità di gestire i conti pubblici. Non è possibile richiedere sacrifici ai cittadini e allo stesso tempo sperare nel loro sostegno a misure impopolari come il ripristino della leva obbligatoria o, peggio ancora, la guerra. Quale governo potrebbe aumentare le tasse e/o ridurre i servizi senza perdere consenso? E chi potrebbe immaginare di alzare i tassi di interesse in un contesto di inflazione crescente?
Ricordate: governi deboli portano a politiche fiscali e monetarie permissive. Una lezione che tedeschi e italiani dovrebbero ricordare bene. Fu durante la Repubblica di Weimar che i tedeschi sperimentarono l’iperinflazione. L’instabilità politica seguita alla prima guerra mondiale e le pesanti riparazioni dovute a Francia e Regno Unito costrinsero la Reichsbank a stampare moneta per compensare le scarse entrate fiscali. E i governi italiani, spesso instabili, risposero agli anni di piombo con politiche di bilancio e monetarie espansive, vivendo un ventennio di alta inflazione e deficit enormi.
Boom delle azioni nel settore della difesa
Preparandoci a questo scenario, per investire nel 2026 dobbiamo proteggerci da rischi inflazionistici e sovrani. Come? Selezionando accuratamente gli asset per il nostro portafoglio. Le azioni, per esempio, possono beneficiare della loro capacità di tracciare l’inflazione dei prezzi al consumo. Il settore della difesa negli ultimi anni è molto indicativo: Leonardo ha registrato un incremento del 625% in borsa dall’inizio della guerra, mentre la tedesca Rheinmetall ha visto un incremento del 1.500%. Thales, in Francia, ha avuto un aumento del 165%, dividendi esclusi.
Le azioni del settore militare non sono cresciute casualmente. Anticipano una tendenza verso un’economia di guerra. Se il contesto geopolitico dovesse peggiorare, aumenterebbe la produzione bellica a scapito di altri settori, e non sarebbe sorprendente se i governi decidessero di chiudere le frontiere commerciali per ridurre la dipendenza da economie estere come la Cina. Questo porterebbe a una nuova ondata inflazionistica, simile a quella sperimentata di recente in Russia sotto Vladimir Putin.
Obbligazioni meno attraenti in tempo di guerra
Parlando di obbligazioni, la situazione diventa più complicata. In un contesto inflazionistico, questo tipo di asset tende a penalizzare chi le possiede. Sebbene alcuni investitori potrebbero considerare le scadenze lunghe per beneficiare di rendimenti più alti, queste stesse scadenze rischiano di subire perdite considerevoli se l’inflazione dovesse aumentare. Al contrario, le scadenze più brevi offrirebbero rendimenti troppo bassi per una protezione efficace contro l’inflazione. Ecco perché potrebbe essere saggio orientarsi verso le emissioni di titoli indicizzati. Questo spiega anche l’interesse crescente per l’oro, l’argento e altri metalli con applicazioni industriali come il rame.
Investire nel 2026 senza aspettative a breve termine
È importante non limitarsi a valutare la situazione attuale, come il conflitto in Ucraina. Potrebbe darsi che tra Kiev e Mosca si raggiunga un’accordo di pace, che i prezzi di petrolio e gas diminuiscano e che, temporaneamente, l’inflazione in Europa si riduca. Tuttavia, nel medio e lungo termine, la situazione non cambierebbe significativamente. Il nostro continente è alla fine di un’era di pace interna e investimenti minimali nel settore della difesa, a vantaggio principalmente del welfare. Questo sistema non è più sostenibile, specialmente perché gli USA non sono più in grado di supportare la sicurezza altrui.
Nei prossimi anni, ci aspettiamo bilanci gravati da spese militari in aumento che non saranno coperte da tagli o maggiori entrate. L’inflazione verrà tollerata ben oltre il target del 2% per non indebolire ulteriormente un’economia già fragile. I governi non avranno la forza di imporre una politica monetaria e fiscale ortodossa. Al contrario, saranno costretti a cavalcare l’onda per non essere travolti. Le banche centrali dovranno monetizzare i debiti nella speranza di mantenerli a livelli sostenibili rispetto al PIL. Crescerà il malcontento tra le famiglie, impoverite dalla perdita del potere d’acquisto e spaventate anche solo dall’idea di un cambiamento lessicale pro-bellico da parte delle istituzioni rappresentative.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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