Risparmi sotto il materasso in Argentina: la grande sfida per Milei!

Il presidente Javier Milei è di fronte a una nuova prova con l’inizio dell’anno riguardante i risparmi conservati sotto il materasso in Argentina.

Il presidente argentino, Javier Milei, si trova di fronte a un ulteriore ostacolo: garantire la permanenza dei risparmi in dollari nelle istituzioni bancarie. Questi sono aumentati fino a quasi 36 miliardi di dollari, il massimo dal 2002. Prima dell’inizio del suo mandato, i risparmi erano solamente 14,4 miliardi di dollari. In soli due anni, si sono più che raddoppiati, segnale evidente di una rinnovata fiducia nel governo. Nell’ultimo anno, il governo ha ottenuto l’approvazione di un’amnistia fiscale dal Congresso per stimolare la riemersione dei capitali non dichiarati. Circa 24,5 miliardi di dollari sono stati dichiarati dai cittadini, a condizione che fossero depositati in una banca o da un mediatore finanziario.

Milei si concentra sui risparmi in dollari in Argentina

Per gli importi superiori ai 100.000 dollari, era possibile evitare sanzioni e procedimenti legali se non si effettuavano prelievi dai conti fino al 1° gennaio 2026. Da ieri, i risparmiatori argentini possono liberamente disporre di queste somme senza incorrere in penalità. Ci sarà una corsa ai prelievi o le cose rimarranno relativamente calme? Questo è ciò che si chiede Milei, fresco di una significativa vittoria nelle elezioni di rinnovo del Congresso di ottobre.

Il Ministro dell’Economia, Luis Caputo, ha recentemente fatto passare una legge sull'”innocenza fiscale”, che aumenta la soglia minima di incriminazione per evasione fiscale e altri crimini finanziari. L’obiettivo è sempre quello di far emergere i risparmi “sotto il materasso”, che secondo le stime della banca centrale argentina si aggirano sui 204 miliardi di dollari. Come è possibile che i cittadini conservino inattivo così tanto denaro in dollari, quando potrebbero investirlo o almeno guadagnare interessi depositandolo in banca?

Timori post-conversione del 2001

Il timore degli argentini risiede nel rischio di rivivere quanto accaduto all’inizio del millennio, quando i conti in dollari furono convertiti in pesos.

Quella misura fu adottata per evitare il collasso delle banche e per sostenere le riserve valutarie durante il più grande default della storia. Tuttavia, essa ha alimentato una persistente sfiducia nei confronti dello stato. Finché il rischio di default sarà percepito come reale, una parte significativa di questi risparmi rimarrà fuori dal sistema bancario, privando l’economia di risorse utili per la crescita e mantenendo le banche sotto-dimensionate.

Focus sul tasso di cambio

La scadenza di ieri coincide con l’introduzione di un nuovo sistema per la determinazione del tasso di cambio rispetto al dollaro. Questo è un argomento molto discusso in questi mesi a Buenos Aires. Il peso argentino potrà fluttuare entro un intervallo più ampio rispetto a quello di 1.000/1.400 stabilito nell’aprile scorso. Questo intervallo sarà aggiornato mensilmente in base all’inflazione corrente, per impedire un apprezzamento reale eccessivo del peso e potenzialmente riportarlo ai suoi valori fondamentali.

Il rischio di una nuova svalutazione post-elezioni sembra essere stato mitigato, almeno teoricamente. Ciò sta rafforzando la fiducia dei risparmiatori, che probabilmente non si precipiteranno a prelevare dollari. Rimane da vedere quale sarà l’effetto pratico di questo nuovo meccanismo di cambio. Nell’ultimo mese, il peso nel mercato nero ha perso il 5,5% rispetto al dollaro. Per il cambio ufficiale, invece, si è addirittura leggermente apprezzato.

La vulnerabilità dei risparmi in Argentina e la svolta cercata da Milei

Milei vede nella conservazione o nell’aumento dei risparmi in dollari nelle banche nei prossimi mesi un passo cruciale per consolidare la credibilità internazionale dell’Argentina. Questo influenzerebbe positivamente il cambio e l’inflazione, mentre l’economia beneficerebbe di risorse per sviluppare un mercato del credito adeguato a supportare gli investimenti delle aziende e i consumi duraturi delle famiglie. Considerate che le aziende sono indebitate solo per il 10% del PIL e le famiglie per il 5%. Questi sono numeri molto bassi, che non riflettono un settore privato efficiente, ma piuttosto un sistema bancario incapace di erogare prestiti, sia per la mancanza di depositi (solo un quinto del PIL), sia per la sfiducia nelle condizioni finanziarie dei clienti.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

 

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