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La vicenda che coinvolge Jerome Powell non è solo un fatto di cronaca giuridica negli USA, ma rappresenta un autentico caso di finanza. Questo evento segna un avanzamento nel conflitto tra le autorità governative e le banche centrali, dopo anni di una tranquilla collaborazione apparente. Il problema non si limita agli Stati Uniti; i leader di altre istituzioni monetarie hanno espresso solidarietà verso la Federal Reserve, chiaramente bersaglio di attacchi da parte dell’amministrazione americana. Questa è un’espressione spontanea di solidarietà tra “colleghi”, che suona come un avvertimento ai loro governi per prevenire interferenze analoghe.
Il successo delle banche centrali nell’arginare l’inflazione
Per comprendere gli eventi attuali, dobbiamo guardare indietro di quasi cinquant’anni.
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All’inizio degli anni ’80, l’amministrazione di Ronald Reagan negli USA decise di combattere l’inflazione in modo deciso. Affidarono questa missione al governatore Paul Volcker, nominato durante la presidenza di Jimmy Carter, che aumentò i tassi di interesse con il supporto politico. Questo periodo vide un governo di destra, il più conservatore e liberista degli ultimi sessant’anni, impegnato a dimostrare ai mercati la sua serietà nel porre fine a decenni di politiche fiscali e monetarie espansive.
Il piano ebbe successo. L’inflazione scese dal 13,5% del 1980 all’1,9% del 1986. I governi delle maggiori economie avanzate dell’epoca realizzarono che, per mantenere risultati stabili, era necessario preservare l’indipendenza delle banche centrali. Il Regno Unito aveva già iniziato questo processo sotto Margaret Thatcher, ma fu solo nel maggio del 1997, tre giorni dopo la storica vittoria di Tony Blair, che si formalizzò la separazione dei ruoli tra il cancelliere dello Scacchiere e la Banca d’Inghilterra. In Italia, il Ministero delle Finanze e la Bankitalia si separarono ufficialmente con una nota lettera inviata dall’allora ministro Beniamino Andreatta al governatore Carlo Azeglio Ciampi.
Obiettivi chiari: un pilastro per i mercati
L’autonomia delle banche centrali venne sostenuta da obiettivi precisi: tassi di inflazione da mantenere nel medio termine, ritenuti compatibili con la stabilità dei prezzi. Quasi ovunque vennero stabiliti nel tempo obiettivi del 2%. I governi si astennero non solo dall’intervenire nelle decisioni di politica monetaria, ma anche dal commentarle. I mercati interpretarono questo cambiamento e le aspettative inflazionistiche si raffreddarono, eliminando l’instabilità dei prezzi al consumo. I rendimenti dei titoli di stato diminuirono per circa quarant’anni, fino al periodo post-pandemico. Nel frattempo, le borse finanziarie crescevano, con l’indice Dow Jones che registrava un incremento di oltre il 3.050% in 40 anni (media del 9%).
Un’autonomia solo apparente
Tuttavia, l’indipendenza assoluta delle banche centrali non è mai esistita, sia per bene che per male, a seconda delle inclinazioni ideologiche. La storia della FED contraddice questa credenza. Con la nomina di Alan Greenspan nel 1987 come governatore, i mercati osservarono l’istituto pronto a sostenerli nei momenti di crisi. Ciò si verificò con il crollo della borsa nello stesso anno e durante la crisi della new economy nel 2000. Un intervento noto come “Greenspan put”, che alimentò la speculazione finanziaria e pose le basi per la crisi dei mutui subprime del 2007 in poi.
La crisi successiva fu così temuta che spinse le principali banche centrali a intervenire con politiche monetarie senza precedenti. I tassi di interesse furono ridotti a zero e in alcuni casi resi negativi (BNS, BCE, Banca del Giappone e Riksbank). Furono realizzati massicci acquisti di obbligazioni per iniettare liquidità nei mercati, permettendo ai governi di indebitarsi a lungo termine a costi irrisori. All’improvviso, la Germania fu in grado di rifinanziarsi lungo tutto l’arco delle scadenze a tassi negativi.
Dominio fiscale dal 2008
Questa è stata la dominanza fiscale. Le banche centrali, intervenendo per proteggere le economie da un collasso temuto simile alla crisi del ’29, non riuscirono più a distaccarsi dai mercati. Temendo le conseguenze, si mostrarono compiacenti verso i governi di turno e caddero nella trappola dell’onnipotenza. I governi stessi pensarono che la festa sarebbe durata per sempre e trascurarono di mettere ordine nei conti pubblici, evitando di stabilire priorità di spesa. Si diffuse il populismo, ovvero la convinzione che tutto potesse essere finanziato a costo zero. I debiti aumentavano e nessuno sembrava dover pagare.
La festa si concluse bruscamente dopo la pandemia, quando l’inflazione schizzò ai massimi dagli anni Ottanta a causa delle interruzioni nelle catene produttive dovute alle restrizioni anti-Covid e per il caro energia scatenato dalla guerra tra Russia e Ucraina. I tassi di interesse aumentarono e le banche centrali, da alleate, divennero nemiche di governi sempre più deboli e privi di consenso. Trump interpretò in modo eclatante e personale il pensiero di molti suoi colleghi nel mondo: i tassi devono scendere o ci sarà crisi fiscale e addirittura istituzionale. Egli fu accusato di minare l’indipendenza della FED, anche se questa era già stata compromessa quando Ben Bernanke e i suoi successori decisero di salvare banche e bilanci pubblici a scapito dei risparmiatori, ponendo fine alla separazione dei compiti decisa negli anni Ottanta.
I mercati prevedono un cambio di paradigma per le banche centrali
I mercati hanno colto il segnale.
I rendimenti a lungo termine hanno smesso di diminuire e, anzi, sono aumentati nel 2025 nonostante il taglio dei tassi. Temono una ripresa strutturale dell’inflazione e l’aumento dei debiti. Fino al 2022, il sostegno ai governi da parte delle banche centrali si era manifestato in un contesto di inflazione bassa o n
ulla, o addirittura di deflazione come in Giappone. Ora, ciò avverrebbe a danno della stabilità dei prezzi. Una violazione degli statuti, che non sono incisi nella pietra. Persino le costituzioni vengono modificate quando si avverte la necessità di adeguarle allo spirito dei tempi. Ci sarà sempre modo e tempo per rivedere ufficialmente o meno gli obiettivi che si pensava sarebbero durati per decenni.
Del resto, già dopo la crisi del 2008, il Premio Nobel Paul Krugman suggeriva di puntare a un target di inflazione di almeno il 3% per segnalare ai mercati una maggiore liquidità strutturale garantita dalle banche centrali. Queste idee sembravano allora teoriche, mentre oggi appare più chiaro che mai che i governi stiano cercando modi per gestire l’aumento dei debiti senza ricorrere a misure dolorose per i cittadini-contribuenti. Scartando l’ipotesi della ristrutturazione, che sancirebbe il fallimento degli stati, rimane l’opzione della monetizzazione attraverso tassi di inflazione non controllati e la repressione finanziaria ai danni dei creditori. I governatori si volteranno dall’altra parte, perché il loro compito non è mai stato di rispondere al “popolo”, ma alle istituzioni che li hanno nominati.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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