Il governo cerca a tutti i costi il traguardo di un deficit al 3% del Pil già nel 2025: un obiettivo che dopo la sconfitta al referendum pesa più del solito sulla maggioranza. I numeri preliminari del Tesoro mostrano però un margine risicatissimo, con un possibile scostamento di appena un decimo di punto che potrebbe decidere il destino della procedura europea aperta contro Roma.
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Un decimale che può cambiare tutto
I conti provvisori pubblicati a inizio mese indicano un miglioramento rispetto al 2024 — dal 3,4% al 3,1% — ma non ancora il livello richiesto. Quel 0,1% di Pil corrisponde all’incirca a 2 miliardi di euro: una cifra che, tradotta in contabilità pubblico, vale come una spinta decisiva per uscire dalla procedura d’infrazione.
Dietro allo sforamento c’è soprattutto il peso residuo degli aiuti edilizi: il cosiddetto Superbonus continua a scaricare sui conti spese accumulate negli anni, tra crediti fiscali e sconti in fattura che si sommano alle misure più recenti. È questo effetto retroattivo, più che nuove scelte di politica economica, a spiegare la differenza.
Cosa cambierebbe per l’Italia
- Maggiore margine di bilancio: uscire dalla procedura darebbe spazio di manovra nella legge di Bilancio finale della legislatura.
- Spese per la difesa: Bruxelles concede la possibilità di escludere fino allo 0,5% del Pil in tre anni per investimenti militari, un aiuto per l’industria nazionale e per l’impegno NATO.
- Fiducia dei mercati: livelli di deficit sotto la soglia rafforzerebbero la credibilità agli occhi delle agenzie di rating e potrebbero consolidare lo spread su livelli molto bassi.
- Spazio per misure fiscali: anche se limitato, un margine in più permetterebbe qualche intervento mirato su Irpef o sostegni sociali.
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Non si tratterebbe di una rivoluzione: l’Italia parte da un rapporto debito/Pil attorno al 137% e il margine utile resta minimo. Ma, in contesti di tensione internazionale e volatilità, anche le cosiddette “virgole” pesano.
Un contributo inatteso dalla Banca d’Italia
Tra le poche leve contabili a disposizione, nelle ultime ore è balzata all’attenzione la nota della Banca d’Italia: il bilancio 2025 ha registrato un utile netto di 1,65 miliardi, con 1,272 miliardi destinati allo Stato e 340 milioni distribuiti come dividendi ai partecipanti. Per competenza, quel trasferimento andrebbe a carico delle entrate 2025, offrendo un contributo non trascurabile nel computo finale.
Il salto rispetto al 2024 è significativo (il Tesoro aveva incassato 644 milioni) e potrebbe, almeno sulla carta, spostare il dato dal 3,1% al 3,0% — se tutto il resto rimanesse stabile. Tuttavia la Commissione europea non può “mascherare” i conti: Bruxelles controllerà voce per voce alla ricerca di margini applicabili entro le regole contabili.
Bruxelles e il dialogo politico
Il commissario per la Politica regionale ha espresso fiducia su un confronto costruttivo con l’Italia, sottolineando l’importanza che più Paesi possano aumentare gli investimenti in difesa. Ma la Commissione resta ferma sui numeri: la valutazione finale dipenderà dai dati ufficiali e dalla possibilità di giustificare ricavi extra o minori spese entro le norme vigenti.
Perché tanto nervosismo per uno 0,1%?
Oltre all’importanza formale del tetto, c’è una componente di metodo: l’Europa applica regole rigide per evitare deragliamenti diffusi, ma per gli statistici come per i governi la precisione assoluta è spesso illusoria. L’Italia ha già sperimentato revisioni del Pil a posteriori che hanno corretto gli indicatori fiscali di anni precedenti.
In passato, polemiche su virgole e decimali hanno provocato ondate di volatilità sui mercati: la disputa del 2018-2019 tra Roma e Bruxelles è un esempio di come le scelte contabili possano tradursi in pressione sullo spread e sulla fiducia degli investitori. Poi arrivò la pandemia e le regole cambiarono radicalmente: i fatti possono ribaltare le tesi tecniche.
Tra numeri e politica
Per centrare l’obiettivo, gli ultimi ritocchi dovranno coprire uno scostamento di circa 1,1-1,2 miliardi rispetto alle stime preliminari, tenendo conto anche del contributo straordinario della Banca d’Italia. Non è impossibile, ma è un gioco di equilibri: scelte contabili, eventuali entrate inattese e piccole economie di spesa convergono su una soglia che vale molto più del suo valore numerico.
In definitiva, la partita sulle “virgole” è anche una partita politica: per il governo significa dimostrare capacità di tenuta e di credibilità internazionale; per i mercati e per Bruxelles, un test sulla capacità dell’Italia di rispettare le regole senza rinunciare a margini di manovra in tempo di crisi.
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