La Svezia ospiterà il primo data center europeo realizzato principalmente in pietra, una scelta che ridefinisce materiali e strategie di raffreddamento nell’industria IT. L’annuncio, emerso nelle ultime settimane, apre una discussione concreta su sostenibilità, costi e resilienza delle infrastrutture digitali proprio mentre la domanda di capacità di calcolo continua a crescere.
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Il progetto sostituisce in gran parte calcestruzzo e acciaio con blocchi e lastre di roccia naturale, sfruttando l’inerzia termica della pietra per contribuire al raffreddamento passivo dei server. Gli ideatori sostengono che la soluzione possa prolungare la vita operativa dell’edificio e ridurre la necessità di sistemi meccanici intensivi in energia.
Perché la pietra cambia il gioco
La pietra ha una grande capacità di accumulo termico: durante le ore calde assorbe calore, restituendolo lentamente quando la temperatura esterna scende. Questo comportamento può ridurre i picchi di consumo elettrico legati al condizionamento.

Inoltre, la scelta di materiali naturali punta a limitare l’uso di materie prime ad alta impronta carbonica, come cemento e acciaio, e a migliorare la durata strutturale dell’immobile. Progetti di questo tipo potrebbero favorire un approccio più circolare all’edilizia dei data center.
Sfide pratiche e ambientali
Non tutto è semplice. L’estrazione, la lavorazione e il trasporto della pietra comportano impatti ambientali che vanno valutati caso per caso. Anche la posa e l’isolamento termico richiedono tecniche diverse rispetto alle costruzioni tradizionali, con conseguenze sui tempi e sui costi di cantiere.

Dal punto di vista ingegneristico, la pietra offre vantaggi ma impone vincoli: adattare gli impianti, garantire la protezione contro l’umidità e mantenere gli standard di sicurezza elettrica sono aspetti che richiedono soluzioni specifiche.
- Efficienza energetica: la massa termica della pietra può ridurre l’uso dei sistemi di raffreddamento attivi.
- Impronta ambientale: meno cemento e acciaio, ma attenzione alle emissioni legate all’estrazione e al trasporto.
- Durata e manutenzione: strutture potenzialmente più longeve, con minori interventi ricorrenti sulle facciate.
- Costi iniziali: probabilmente superiori a edifici convenzionali, con possibili risparmi operativi nel tempo.
- Regolamentazione e permessi: nuovi approcci costruttivi possono richiedere adattamenti normativi e valutazioni ambientali approfondite.
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Per i gestori di centri dati e per i grandi hyperscaler la vera domanda è se il modello in pietra sia scalabile e riproducibile in altre aree geografiche: climi, disponibilità di materiale e catene logistiche influiranno sulla praticabilità.
Implicazioni per il settore e per i cittadini
Se la sperimentazione svedese dovesse dimostrarsi vantaggiosa, potremmo assistere a una nuova ondata di progetti che privilegiano la resilienza e l’ottimizzazione energetica a lungo termine rispetto al risparmio immediato in fase di costruzione. Per le comunità locali, la trasformazione potrebbe significare nuovi posti di lavoro e una diversa gestione del territorio estrattivo.
Al tempo stesso, la maggiore permanenza di infrastrutture sul territorio solleva questioni di pianificazione urbanistica: come integrare data center massicciamente costruiti in pietra con il paesaggio e le reti energetiche esistenti?
Il progetto in Svezia rappresenta quindi un banco di prova rilevante: non solo un esperimento architettonico, ma una possibile traccia per ripensare la sostenibilità delle infrastrutture digitali in Europa.
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