Fine dell’Indipendenza Monetaria: Colpa del Sindaco Socialista di New York!

L’epoca dell’autonomia monetaria è terminata e siamo già entrati nell’era del predominio fiscale, con ripercussioni per tutti.

Gli Stati Uniti hanno raggiunto il 37° giorno di “shutdown”, ovvero la sospensione parziale delle operazioni governative, il periodo più lungo nella storia del paese. Questo evento è un ulteriore segnale di una polarizzazione politica intensa, che ha effetti importanti sulla finanza pubblica americana. Da una parte, il partito conservatore propone tagli fiscali pur essendo in deficit, mentre dall’altra, il partito progressista spinge per un incremento della spesa pubblica. Entrambi i fronti sembrano evitare di farsi carico delle conseguenze economiche, facendo così esplodere il debito nazionale che ora supera i 38.000 miliardi di dollari. Di fatto, l’autonomia monetaria che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni è terminata per sostenere questa situazione.

New York vira verso il socialismo

Recentemente, un nuovo elemento si è aggiunto alla situazione: l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York. La guida socialista di uno dei simboli del capitalismo globale è di per sé sorprendente. È improbabile che riesca a implementare un programma basato su promesse quali trasporti pubblici e asili nido gratuiti, supermercati comunali (un tentativo già fallito in Florida, uno stato conservatore), il congelamento degli affitti e l’aumento delle tasse per i più ricchi. Questo, in parte, a causa della possibile fuga di capitali e soprattutto perché molte di queste decisioni dipendono dal governo dello stato di New York o da enti indipendenti.

L’indipendenza monetaria come freno al lassismo fiscale

Al di là del dibattito sulla fattibilità di queste proposte, ciò che emerge da questa elezione è una richiesta crescente di protezioni sociali, sia da destra che da sinistra. Ancora più significativo è che nessuno sembra disposto a sacrificarsi per un bene superiore o a lungo termine. Ridurre la spesa pubblica diventa un’impresa ardua, così come aumentare le tasse.

L’unica via sembra essere quella di continuare a indebitarsi. Tuttavia, questa strada porta al disastro. Prima o poi, il sistema collasserà.

Infatti, a meno che non si voglia mettere in discussione l’autonomia monetaria delle banche centrali, che hanno il compito di garantire la stabilità dei prezzi limitando l’inflazione. Per farlo, gestiscono i tassi di interesse: li aumentano quando l’inflazione cresce e li diminuiscono quando cala. Il debito pubblico influisce sui bilanci in base ai tassi reali. I governi desiderano che questi tassi siano bassi, o addirittura negativi, per ridurre i costi degli interessi e guadagnare margine di manovra fiscale.

Ritorno al dominio fiscale

Il presidente Donald Trump ha richiesto con insistenza e per mesi alla Federal Reserve di tagliare i tassi di interesse, una richiesta già avanzata durante il suo primo mandato. Non è disposto a compromessi, anche a costo di licenziare il governatore Jerome Powell. Tassi più bassi permetterebbero al suo governo di rifinanziare il debito e contrarne di nuovo a costi contenuti, almeno teoricamente, dato che i mercati reagiscono e richiedono rendimenti nominali più alti a fronte di maggiori aspettative d’inflazione.

L’indebolimento dell’autonomia monetaria non è una novità. Si verificò negli anni Settanta, quando i governi ottennero che le banche centrali non rispondessero completamente al boom dell’inflazione causato dalle crisi petrolifere. Furono gli anni del dominio fiscale: i deficit di bilancio crebbero senza destabilizzare temporaneamente le finanze pubbliche, grazie all’aumento del PIL nominale.

Questo periodo terminò all’inizio degli anni Ottanta, quando gli USA di Ronald Reagan e il Regno Unito di Margaret Thatcher decisero di combattere l’alta inflazione aumentando i tassi.

Il Giappone come modello involontario

Da quel momento, le banche centrali recuperarono l’autonomia monetaria perduta, una prassi consolidata per decenni. Un’eccezione fu il Giappone, che dagli anni Novanta combatte la stagnazione e successivamente la deflazione. La sua banca centrale ha mantenuto i tassi quasi a zero e ha monetizzato il debito pubblico, che è esploso ben oltre il 250% del PIL. Tokyo sta diventando un riferimento per l’Occidente, anche se non lo ammettiamo apertamente.

In seguito alla crisi del 2008-2009, abbiamo iniziato a erodere l’autonomia monetaria quando le banche centrali hanno acquistato ingenti quantità di bond per ridurne i rendimenti e iniettare liquidità nei mercati. Da allora, la politica monetaria è stata subordinata a quella fiscale. Questo esperimento si è interrotto dopo la pandemia con la ripresa dell’inflazione. Ora, con la geopolitica che spinge anche la Germania a indebitarsi, emerge la necessità di salvaguardare le finanze pubbliche allentando la lotta all’inflazione.

La fine dell’autonomia monetaria non è un pranzo gratis

La risalita dei rendimenti a lungo termine negli ultimi mesi risente di questo clima. Gli investitori hanno capito. Sanno che nei prossimi anni l’inflazione non sarà nei target previsti, ma sarà più alta. Ciò significa che l’aumento del debito non impatterà proporzionalmente sui bilanci attraverso un aumento degli interessi. Alla fine, a pagare saranno consumatori, lavoratori e risparmiatori. Non esistono pasti gratis. Perdita più rapida del potere d’acquisto in cambio di una maggiore crescita economica, finché l’opinione pubblica lo permetterà.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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