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Ieri, il prezzo dell’oro ha quasi toccato i 3.490 dollari per oncia, un picco che non si registrava da aprile e che si avvicina ai massimi storici di quel periodo. Questo recente incremento è attribuibile alle crescenti preoccupazioni riguardo l’autonomia della Federal Reserve dagli interventi del governo USA nella gestione della politica monetaria. Il presidente Donald Trump ha espressamente richiesto un taglio deciso e immediato dei tassi di interesse. Per avvicinarsi a questo scopo, ha recentemente nominato un suo fedele nel consiglio e ha revocato l’incarico a un banchiere centrale per comportamenti fraudolenti. I mercati temono che ciò possa segnare l’inizio di una fase di accentuata “dominanza fiscale”, fenomeno già noto nelle principali banche centrali mondiali.
La perdita di indipendenza delle banche centrali è un fatto consolidato
Il concetto è più semplice di quanto si possa pensare. Quando un governo richiede che una banca centrale supporti le sue politiche di bilancio, l’istituto non ha più la piena libertà di perseguire l’obiettivo di mantenere la stabilità dei prezzi. In effetti, il governo vuole poter prendere in prestito denaro a costi quanto più bassi possibile per soddisfare gli elettori e aumentare le proprie possibilità di rielezione. Costi di emissione elevati implicherebbero la necessità di ridurre la spesa pubblica e/o aumentare le entrate, situazioni entrambe poco gradite ai cittadini.
Si verifica la dominanza fiscale quando la banca centrale agisce basandosi su considerazioni esterne al suo mandato. Se pensate che questo problema sia nato con l’amministrazione Trump e sia limitato agli Stati Uniti, ignorate ciò che è successo negli ultimi vent’anni. Dal 2008, la FED ha mostrato una perdita di autonomia con una politica di accomodamento monetario estremo.
Inizialmente, questa politica fu giustificata dalla paura che l’economia americana (e mondiale) potesse precipitare in una nuova grande depressione, ma col tempo è diventato evidente che l’obiettivo era sostenere il governo nella sua politica fiscale espansiva.
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I governi richiedono una repressione finanziaria
Lo stesso fenomeno si è verificato nell’Eurozona. La Banca Centrale Europea ha iniziato acquistando titoli di debito pubblico per combattere la deflazione, per poi iniziare a fare concessioni ai bilanci degli stati membri. Questa simbiosi si è attenuata con il ritorno dell’inflazione post-Covid. Le banche centrali si sono progressivamente ritirate dal mercato, lasciando i governi a fronteggiare l’ascesa dei costi del debito. Ora che l’allarme inflazione sembra sotto controllo, i governi richiedono un ritorno alle politiche passate.
Dalla Germania agli USA, passando per Francia e Regno Unito, tutti discutono di riarmo e di investimenti in deficit. Le condizioni di mercato attuali non lo permettono, ed ecco perché richiedono – alcuni apertamente e altri meno – un ritorno a una fase di repressione finanziaria da parte delle banche centrali, un ritorno senza ipocrisie alla dominanza fiscale del periodo tra la crisi finanziaria globale e la pandemia. Questo spiega l’aumento del 32% del valore dell’oro in dollari quest’anno (+22% al netto dell’effetto cambio). Quale asset potrebbe meglio proteggere il capitale dalle cattive politiche governative?
La dominanza fiscale porta a maggior inflazione
Infatti, la dominanza fiscale costringe le banche centrali a trascurare l’inflazione.
Saranno costrette a trovare una giustificazione formale per abbassare i tassi, anche se le condizioni macroeconomiche non lo giustificherebbero. Sta emergendo che la curva dei rendimenti sta diventando sempre più ripida, con rendimenti più alti per le scadenze più lunghe rispetto a quelle più brevi. Gli investitori stanno iniziando a comprendere cosa ci si potrebbe aspettare nel futuro, tra guerre, dazi e riarmo. I debiti continuano a crescere anche in rapporto al PIL, segnale di una debolezza politica. E si pretende che siano i creditori a pagare, accontentandosi di rendimenti reali nulli o negativi.
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