Inflazione USA al 3% nonostante i dazi: chi sta pagando davvero?

L’aumento dell’inflazione negli USA a settembre ha raggiunto il 3%, il livello più alto da gennaio, nonostante gli effetti dei dazi di Trump non siano ancora evidenti.

L’inflazione negli Stati Uniti ha registrato un ulteriore incremento nel mese di settembre, toccando il 3% su base annua, rispetto al 2,9% del mese precedente. Questo rappresenta il valore più elevato da gennaio, anche se le previsioni del mercato erano per un aumento al 3,1%. In confronto al mese di agosto, l’indice dei prezzi al consumo nella principale economia globale è cresciuto dello 0,3%, un calo rispetto allo 0,4% precedente e al di sotto delle aspettative che prevedevano un dato stabile. L’inflazione “core”, escludendo energia e alimenti freschi, è scesa dal 3,1% al 3%.

Previsioni di mercato indicano una possibile riduzione dei tassi

A seguito della diffusione dei dati sull’inflazione di settembre, il mercato ha valutato una probabilità del 97% che la Federal Reserve proceda con un ulteriore taglio dei tassi di interesse dello 0,25% a ottobre. Questo nonostante l’obiettivo dell’istituto rimanga fissato al 2%.

Teoricamente, un’inflazione superiore all’obiettivo dovrebbe spingere la banca centrale a mantenere elevati i tassi di interesse.

Tuttavia, il presidente Donald Trump sembra avere la meglio, dimostrando che i dazi non stanno provocando un aumento dell’inflazione, un fenomeno difficile da spiegare con la semplice matematica. Nonostante l’annuncio dei dazi sei mesi fa, l’inflazione negli USA è aumentata di solo l’1,6%, un lieve incremento rispetto all’1,4% del semestre precedente. Questo è avvenuto nonostante un dollaro che ha perso mediamente il 7% nel periodo in esame rispetto al semestre precedente.

Un’improvvisa impennata dei dazi dopo aprile

Un dollaro più debole di solito stimola l’inflazione, sia negli Stati Uniti che altrove, perché aumenta il costo dei beni importati. Gli analisti hanno osservato che la tariffa media sulle importazioni è balzata dal 2,2% all’inizio dell’anno al 10%, e persino al 17,9% secondo alcune stime. Con tali cifre, l’inflazione annuale a settembre avrebbe dovuto avvicinarsi al 4%.

Invece, si è attestata a un punto percentuale inferiore.

Se i consumatori americani attualmente stanno pagando solo in parte il prezzo dei dazi, significa che il maggior costo è sostenuto da altri. Chi? Le aziende importatrici stesse, che sembrano aver assorbito il costo maggiore dopo aver esaurito le scorte accumulate nei mesi precedenti in previsione dei dazi. Se questa ipotesi fosse corretta, i profitti delle imprese americane dovrebbero mostrare segni di calo, cosa che per ora non è stata osservata, ma che sarà verificata nelle prossime settimane con i dati trimestrali.

Chi compensa l’inflazione contenuta negli USA?

È probabile che anche le imprese esportatrici abbiano ridotto i prezzi per contrastare sia i dazi che un tasso di cambio sfavorevole, pur di mantenere l’accesso al mercato americano, ancora il più desiderato a livello globale per via dell’elevata ricchezza e reddito medio dei suoi consumatori. L’inflazione negli USA non sta esplodendo perché altri stanno assumendosi il costo. Per Trump, fino ad ora, la scommessa è stata vincente, facilitata dal fatto che le importazioni rappresentano una quota relativamente bassa del PIL americano, meno dell’11,5% nel 2024 rispetto al 25-30% di economie come Italia e Germania.

Gli Stati Uniti, avendo una grande economia e un vasto territorio, dispongono di risorse naturali abbondanti e di una forte capacità produttiva, il che permette loro di dipendere meno dalle importazioni rispetto a economie di dimensioni medie. I prossimi mesi riveleranno se Trump sta celebrando una vittoria prematura. Nel frattempo, la bilancia commerciale migliora, con un netto calo delle importazioni dal resto del mondo da aprile, che era l’obiettivo principale del presidente.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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