Il recente Piano per l’edilizia economica (Affordable Housing Plan), lanciato dalla Commissione Europea e gestito dal commissario danese Dan Jørgensen, affronta una delle crisi più pervasive degli ultimi tempi: la crisi abitativa. Negli ultimi dieci anni, i prezzi delle case sono aumentati del 60% e gli affitti del 20%, costringendo milioni di europei a lottare per accedere a un alloggio accessibile. Questa situazione non solo mina il diritto alla casa, ma ha anche impatti profondi sull’economia e sulla coesione sociale.
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Una crisi abitativa evidenziata dai dati
Secondo i dati Eurostat, dal 2010 al 2024, i prezzi delle abitazioni nell’Unione Europea sono saliti in media del 55%, mentre i canoni di affitto hanno visto un incremento del 27%. In nazioni come Ungheria, Lituania ed Estonia, i costi delle case e degli affitti sono più che raddoppiati, erodendo significativamente il potere d’acquisto dei salari.
L’urgenza abitativa è diventata una vera emergenza sociale:
- una persona su dieci nell’UE ammette di avere difficoltà a pagare regolarmente l’affitto o il mutuo;
- più di un milione di europei è attualmente senza una casa;
- 18 milioni di individui sono a rischio di sfratto, soprattutto tra le categorie più vulnerabili.
Il rapporto del Consiglio europeo sul rapporto salario-affitto mostra situazioni estreme: a Lisbona, l’affitto medio supera il 116% dello stipendio. Seguono metropoli come Barcellona, Madrid, Milano, Roma e Dublino, dove il costo della vita abitativa consuma una parte sempre maggiore del reddito.
La problematica degli affitti a breve termine e la finanziarizzazione urbana
Un elemento cruciale della crisi è l’aumento degli affitti a breve termine, che sono cresciuti del quasi 93% tra il 2018 e il 2024. Questo fenomeno ha trasformato il turismo occasionale in un’attività commerciale regolare, rappresentando in alcuni luoghi fino al 20% dell’offerta abitativa totale.
Questo ha portato alla sottrazione di alloggi dal mercato residenziale, soprattutto nei centri storici e nelle città universitarie, incrementando la pressione sui prezzi. Tuttavia, molte amministrazioni locali europee hanno evitato di adottare misure restrittive per paura di contravvenire alle regole dell’UE, in particolare la Direttiva Servizi, che permette alle piattaforme di contestare le restrizioni locali.
Il Piano per l’edilizia europea: dettagli e limitazioni
Il Piano delineato dalla Commissione si basa su quattro pilastri e dieci azioni operative, con l’obiettivo di aumentare l’offerta, mobilizzare investimenti, supportare le riforme e tutelare i gruppi più colpiti.
Secondo Bruxelles, l’Europa necessita di più di due milioni di nuove abitazioni all’anno, ovvero 650.000 unità in più rispetto ai 1,6 milioni attualmente costruiti. Ciò richiederebbe un investimento stimato di circa 153 miliardi di euro annuali.
I principi del Piano includono:
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- incremento dell’offerta abitativa, puntando su innovazione tecnologica, costruzione modulare, economia circolare e produttività nel settore edile;
- mobilizzazione di capitali pubblici e privati, tramite fondi di coesione, InvestEU, Horizon Europe, LIFE, Next Generation EU e il Fondo sociale per il clima;
- maggiore flessibilità negli aiuti di Stato, per promuovere l’edilizia sociale e accessibile;
- azioni mirate per giovani, studenti, famiglie vulnerabili e persone senza dimora.
In aggiunta al Piano, la Commissione annuncia anche una revisione delle normative sugli aiuti di Stato, una strategia europea per l’edilizia e una nuova iniziativa sul Bauhaus europeo. Nel 2026 è previsto un pacchetto per contrastare la povertà energetica.
Affitti brevi: riforma posticipata
Il punto più delicato concerne gli affitti a breve termine. La Commissione ha precisato che non ci sarà un divieto europeo, ma una proposta legislativa è attesa solo nel quarto trimestre dell’anno prossimo. L’obiettivo è stabilire un quadro legale comune che permetta a Stati, città e regioni di agire proporzionalmente nelle zone ad alta tensione abitativa.
La risposta è stata considerata inadeguata da sinistra, Verdi e associazioni per il diritto alla casa, che vedono nel Piano una eccessiva enfasi sull’offerta e una scarsa incisività nel contrastare la finanziarizzazione dell’abitare.
Il contesto italiano: investimenti elevati, offerta limitata
Nel contesto europeo, l’Italia mostra significative contraddizioni. Secondo Housing in Europe – 2025 edition di Eurostat:
- l’Italia investe il 6,8% del PIL in abitazioni, molto sopra la media UE del 5,3%;
- i costi di costruzione sono aumentati “solo” del 23% tra il 2010 e il 2024, uno degli incrementi più moderati in Europa;
- tuttavia, nello stesso periodo, i permessi di costruzione hanno visto una diminuzione significativa, indicando una riduzione strutturale dell’offerta.
Per quanto riguarda i prezzi, l’Italia rappresenta un’anomalia: nel periodo 2010-2024, l’aumento dei valori immobiliari è stato inferiore alla media UE (circa +13% secondo dati del Consiglio europeo), e in alcune fasi addirittura negativo. Ma ciò non ha impedito l’escalation delle tensioni locali: Milano e Roma sono costantemente tra le città europee dove l’affitto incide maggiormente sul reddito.
Il problema italiano non risiede tanto nel costo di produzione, quanto nella:
- burocrazia autorizzativa;
- frammentazione delle normative;
- vasto patrimonio immobiliare non ristrutturato;
- impatto degli affitti brevi nelle principali città e nelle zone turistiche.
Una crisi sociale oltre che immobiliare
Infatti, a Bruxelles si discute apertamente di una crisi sociale più che di una semplice crisi abitativa. L’aumento dei costi dell’abitare limita la mobilità lavorativa, penalizza i giovani, ritarda la formazione delle famiglie e alimenta il malessere urbano. Un ambiente ideale per la polarizzazione politica, spesso sfruttata dall’estrema destra in chiave anti-immigrati.
La decisione di assegnare la delega per la casa a un commissario specifico dimostra l’intenzione di riportare questa questione nell’agenda europea, dopo anni in cui il “pilastro sociale” è stato trascurato. Tuttavia, come evidenziato da Feantsa e numerosi eurodeputati, il rischio è che il Piano favorisca una tipologia di edilizia “intermedia”, trascurando i più vulnerabili. La vera sfida si svolgerà nel prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, quando il Parlamento e il Consiglio dovranno decidere se allocare risorse adeguate al diritto all’abitare.
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