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Mentre l’attenzione internazionale è concentrata da mesi su Gaza a causa delle difficili condizioni della popolazione dovute al conflitto con Israele, a Cuba la carestia si aggrava in modo silenzioso. Il 10 settembre si è verificato un blackout che ha colpito tutta l’isola, il quarto in meno di dodici mesi. Le abitazioni restano senza elettricità anche per 18 ore al giorno. L’infrastruttura elettrica è fatiscente e il crollo economico del Venezuela ha aggravato ulteriormente la situazione. Il governo di Hugo Chavez prima e di Nicolas Maduro dal 2013 ha appoggiato l’economia cubana fornendo petrolio a prezzi quasi regalati. Tuttavia, la produzione petrolifera venezuelana è drasticamente diminuita e attualmente Cuba riceve solo 8.000 barili al giorno dall’alleato, una quantità sette volte inferiore rispetto alla media di soli due anni fa.
Crollo del turismo e inflazione alle stelle
Anche il turismo sta soffrendo una grave crisi, diminuendo significativamente le entrate in valute forti come dollari americani, canadesi ed euro. Senza queste, le importazioni sono praticamente bloccate e la produzione nazionale sta collassando a causa di sottocapitalizzazioni e mancanza di materie prime. La produzione di zucchero quest’anno è crollata a soli 200.000 tonnellate, il livello più basso dal lontano 1800. Per dare un’idea, negli anni Ottanta la produzione raggiungeva gli 8 milioni di tonnellate.
La persistente scarsità di beni sta facendo impennare l’inflazione, un problema simile a quello che affligge il Venezuela in questi anni. L’inflazione ad agosto era ancora superiore al 15% e l’incremento medio negli ultimi cinque anni è stato del 35,5%. I prezzi al consumo sono aumentati di circa il 360% in cinque anni. Inoltre, il tasso di cambio con il dollaro ha perso l’89% dal marzo 2021.
Recentemente, per ottenere un dollaro erano necessari 437,5 pesos ad Havana sul mercato nero, rispetto a un tasso ufficiale che è rimasto fermo a 120 pesos.
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Estrema povertà per nove persone su dieci
Questo squilibrio tra il cambio di mercato e quello ufficiale sta aggravando la fame a Cuba più di quanto non fosse già. I commercianti richiedono pagamenti in dollari americani, sapendo che i pesos sono sopravvalutati e perdono rapidamente valore. Il problema è che solo una minoranza di cubani ha accesso ai dollari. Questi sono principalmente coloro che lavorano nel turismo e nelle esportazioni, settori entrambi in declino. Molti hanno fortunatamente almeno un familiare emigrato all’estero. Dal 2021, circa 2 milioni di persone, quasi un quinto della popolazione dell’isola, hanno deciso di emigrare.
Secondo l’UNICEF, il 10% dei bambini cubani soffre di gravi problemi alimentari. L’Osservatorio Cubano per i Diritti Umani riporta che sette persone su dieci saltano regolarmente almeno uno dei tre pasti giornalieri e l’89% vive in povertà estrema. Una rivoluzione tradita, altro che uguaglianza e benessere per tutti! Avere dollari fa la differenza tra poter mangiare o no. Il regime di Miguel Diaz-Canel sembra sempre sull’orlo di una crisi, ma in realtà il sistema comunista instaurato da Fidel Castro nel 1959 può ancora contare su un esercito molto leale.
La fame a Cuba è ignorata a livello internazionale
La fame a Cuba passa inosservata perché le fonti ufficiali minimizzano il problema, presentandolo come una difficoltà quasi transitoria e sopportabile. A ciò si aggiunge l’ideologia di coloro che, dall’estero, analizzano la situazione con una visione parziale. Lo stipendio pubblico è di gran lunga insufficiente per vivere, ammontando a soli 20 dollari al mese al cambio di mercato. Il salario minimo varia, a seconda del settore, tra 2.100 e 6.300 pesos, equivalenti a circa 5-15 dollari. Un importo irrisorio, considerando che un chilogrammo di riso costa mediamente 2,11 dollari.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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