Starmer alla Banca d’Inghilterra: scopri come potrebbe diventare il capo!

Tensioni finanziarie nel Regno Unito, il governo Starmer potrebbe valutare misure straordinarie per influenzare la Banca d’Inghilterra.

Si moltiplicano i segnali di una possibile crisi fiscale. Il cosiddetto “effetto Truss” è ormai un concetto assimilato sia dall’opinione pubblica che dall’elite britannica. Le condizioni dei mercati finanziari sono eloquenti: il tasso di interesse sui titoli di Stato a 30 anni ha raggiunto il picco più alto dal 1998, superando il 5,70% questa settimana. Il governo guidato da Keir Starmer sta affrontando enormi difficoltà nel bilanciare il budget, con un deficit previsto del 4,8% nel 2024, che potrebbe addirittura aumentare al 5% entro la fine dell’anno. La fiducia nel suo operato sta diminuendo progressivamente. Inoltre, sembra improbabile che la Banca d’Inghilterra decida di abbassare ulteriormente i tassi di interesse, attualmente al 4% dallo scorso agosto.

Con un’inflazione che a luglio ha toccato il 3,8%, le opzioni a disposizione sono limitate.

Le crescenti sfide del governo Starmer

La situazione politica si muove in direzione contraria agli obiettivi di Downing Street, che questa settimana ha annunciato un rimpasto di governo. Questa mossa ha proiettato l’immagine di un Ministro dell’Economia, paragonabile al nostro Ministro del Tesoro, sotto tutela. Rachel Reeves sta lavorando alla sua seconda manovra finanziaria e si trova in una posizione difficile. Non può aggravare ulteriormente i conti pubblici, ma un tentativo di risanamento potrebbe costarle la posizione, dopo una significativa opposizione interna avvenuta a luglio. Ha passato il suo primo anno a modificare continuamente le leggi che aveva introdotto, a seguito di reazioni negative da parte dell’opinione pubblica. E i miliardari stanno abbandonando Londra a un ritmo allarmante, preferendo destinazioni con un regime fiscale più vantaggioso, come l’Italia.

Un cambiamento radicale alla Banca d’Inghilterra con Tony Blair

E se la situazione estrema richiedesse misure estreme? In un’epoca di trumpismo, nulla può essere escluso a priori.

Decenni di convenzioni e pratiche consolidate sono stati rivoluzionati dal cambiamento di leadership alla Casa Bianca. Non tutti sanno che il governo britannico, se lo desiderasse, potrebbe assumere il controllo della Banca d’Inghilterra. Potrebbe sembrare un’idea stravagante di fine estate, ma è supportata da fatti concreti. L’indipendenza della “Vecchia Signora”, fondata nel lontano 1694, è relativamente recente, datata 6 maggio 1997, quattro giorni dopo la storica vittoria di Tony Blair. Questo segnò la fine di un’era conservatrice durata 18 anni sotto Margaret Thatcher (1979-1990) e John Major (1990-1997).

Entro 100 ore dalla vittoria, il nuovo Ministro dell’Economia Gordon Brown (che sarebbe diventato primo ministro dal 2007 al 2010) entrò nella storia. Annunciò un incremento dei tassi di interesse dello 0,25% al 6,25%, precisando che sarebbe stata l’unica decisione di questo tipo presa personalmente. Fino ad allora, la politica monetaria era gestita in collaborazione con il governatore. La riforma, stabilita con il Bank of England Act del 1998, spostò il potere decisionale al governatore, con un comitato di politica monetaria che si riuniva mensilmente per decidere sulle variazioni dei tassi.

La stabilità dei prezzi messa in discussione dai governi

L’epoca del governatore Eddie George fu definita un “passo significativo”. Paradossalmente, i conservatori attaccarono la riforma, con l’ex Ministro dell’Economia Kenneth Clarke che temeva un aumento dei tassi a danno di imprese e famiglie.

Il suo collega di partito e anch’esso ex Ministro dell’Economia, Norman Lamont, si espresse a favore. Affermare che l’indipendenza della Banca d’Inghilterra fosse un principio “di destra” significava negare ai governi la possibilità di intervenire indebitamente sull’economia tramite la monetizzazione del deficit e tassi d’interesse bassi.

Brown difese la riforma con l’argomentazione che una Banca d’Inghilterra indipendente avrebbe garantito più efficacemente la stabilità dei prezzi. Fu inoltre stabilito un obiettivo di inflazione annuale del 2,5% (“inflation targeting”). In effetti, i laburisti riconobbero che le politiche governative minacciano il potere d’acquisto nel tentativo di mantenere il consenso popolare. La rivoluzione fu necessaria per dimostrare responsabilità e credibilità in politica economica dopo gli anni di successo dell’era di Margaret Thatcher, durante i quali furono ridotti l’inflazione, il debito pubblico, e stimolata la crescita economica.

Poteri di riserva del governo

La riforma del ’97-’98 mantenne alcuni poteri speciali in capo al governo, inclusa la definizione degli obiettivi per il tasso di cambio della sterlina. In “circostanze economiche estreme”, il governo può recuperare i vecchi poteri per impartire direttive alla Banca d’Inghilterra. In pratica, se la situazione finanziaria diventasse critica, Starmer avrebbe la facoltà legale di fissare i tassi attraverso il suo Ministro dell’Economia e/o di monetizzare il debito acquistando titoli di stato.

Questa eventualità non si verificò nel 2008, quando il Regno Unito fu colpito duramente dalla crisi bancaria proveniente dagli Stati Uniti. Tuttavia, era un contesto diverso. Una mossa simile oggi potrebbe causare preoccupazione tra gli investitori. I costi potrebbero superare i benefici. Famiglie e imprese perderebbero fiducia nella capacità della Banca d’Inghilterra di mantenere la stabilità dei prezzi, comportandosi come se l’inflazione fosse destinata a salire, e potrebbero perdere fiducia nello stato come emittente sovrano.

Ritornare a una situazione di meno di trenta anni fa sembra semplice, mentre in realtà sarebbe estremamente complesso. Il mondo oggi ragiona in modo molto diverso rispetto al periodo in cui era Downing Street a stabilire il costo del denaro.

L’indipendenza della Banca d’Inghilterra messa in discussione

Questo scenario, per quanto possa sembrare lontano, non è del tutto irrealistico. Siamo entrati in un’era in cui il possibile è stato ridefinito. Non esistono più tabù. I paradigmi decennali stanno crollando uno dopo l’altro. Le grandi banche centrali si trovano a dover bilanciare la lotta all’inflazione con la necessità di mantenere la stabilità fiscale. I politici stanno iniziando a esercitare maggiore pressione sui banchieri, sebbene in modo meno evidente di quanto non faccia da mesi il presidente americano con il governatore Jerome Powell. Per ora, la Banca d’Inghilterra rimane indipendente. La domanda è: per quanto tempo ancora?

 

 

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