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Se a Natale non manca il cinepanettone, ad agosto non può mancare la proposta di una nuova tassa sugli extraprofitti bancari. I protagonisti di questa storia sono sempre gli stessi, così come la trama e lo scenario. In piena estate, il governo inizia a pianificare la manovra finanziaria per l’anno successivo. La lista delle spese da coprire è lunga e le risorse sono limitate. È il momento di trovare una soluzione creativa per non cedere agli alleati e per apparire allo stesso tempo ingegnosi e popolari.
La Lega sfida i profitti elevati delle banche
Quest’anno, il vicepremier Matteo Salvini, leader della Lega, propone nuovamente la tassa sugli extraprofitti bancari.
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Le banche italiane hanno registrato nel 2024 profitti record di 46 miliardi di euro. Una cifra enorme. Milioni di italiani, spiega Salvini, faticano a saldare le proprie cartelle esattoriali. Quindi, è necessaria la loro cancellazione. E quale fonte migliore di questi fondi se non i bilanci delle banche?
Molti si chiederanno: “Ma non abbiamo già affrontato la questione degli extraprofitti bancari?”. Se vi sembra di aver già visto questa situazione, è perché è effettivamente così. Era il 7 agosto 2023 quando il governo Meloni ebbe il suo primo incontro sfortunato con i mercati finanziari. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, annunciò l’imposta pesante. Le critiche furono numerose, anche all’interno della stessa maggioranza. Forza Italia, attraverso il suo leader Antonio Tajani, protestò vigorosamente. Se Silvio Berlusconi fosse stato ancora vivo, probabilmente l’idea sarebbe stata scartata.
Tajani risponde a Salvini
Il tempo portò saggezza.
La tassa sugli extraprofitti bancari fu così diluita da trasformarsi in un incentivo per le banche a riservare gli utili. Inoltre, fu posticipata di due anni l’applicazione delle DTA (“Deferred tax assets”) e delle stock options. Le banche anticiparono allo stato 2,5 miliardi di euro in liquidità. Anche in questo caso, Tajani si oppose pubblicamente, paragonando le restrizioni sui profitti delle banche all’Unione Sovietica. Le stesse parole furono pronunciate due estati fa. Sembra quasi di essere tornati nel 2023.
Tajani ha certamente ragione su un punto: gli “extraprofitti bancari” non esistono veramente. Le banche hanno realizzato e continuano a realizzare enormi profitti in questo periodo, beneficiando dei tassi di interesse ancora relativamente alti. Ma non c’è nulla di “extra” in questi numeri. Solo Intesa Sanpaolo e Unicredit hanno generato 11 miliardi di utili nei primi sei mesi del 2025. Dov’è lo scandalo?
Proposta assurda sugli extraprofitti bancari
Allora perché insistere? Semplice, le banche sono scomode per molti.
Indipendentemente dal tempo, le colpe vengono attribuite a loro. E l’Italia è un paese che basa la sua economia sull’avversione al libero mercato. Il business va bene, purché sia il proprio. Parlare di extraprofitti bancari scuote gli animi, soddisfa un elettorato alla ricerca costante di capri espiatori per il carovita, i bassi salari e le bollette elevate. Anche questa volta non se ne farà nulla. E non per mancanza di coraggio, come in passato criticate dalle opposizioni, ma per la mancanza di sostanza della proposta. Aumentare la pressione fiscale sulle banche è sempre possibile, sebbene discutibile. Ma qui si parla di limitare i profitti, come se queste aziende non possano prosperare oltre un certo limite. Pura follia.
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